Con la legge n. 173 del 18 dicembre 2020 si è dato corso – con nessuna modifica per la parte di nostro interesse – al d.l. n. 130 del 21 ottobre 2020. Come purtroppo può riscontrarsi sempre più di frequente, l’intervento del legislatore ha interessato numerosi ambiti e materie senza alcun collegamento e connessione. In particolare, dal decreto legge convertito risultano interessate la disciplina in materia di immigrazione, protezione internazionale e complementare, posto sono stati modificati alcuni articoli del codice penale; compaiono inoltre previsioni in tema di divieto di accesso agli esercizi pubblici ed ai locali di pubblico trattenimento, nonché, per finire, previsioni inerenti soggetti detenuti nelle strutture carcerarie con riferimento all’utilizzo distorto da parte di costoro del web e ai poteri e compiti del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale. In questo contributo ci si soffermerà solo sugli interventi sulla materia penale.
Pronunciandosi sul ricorso proposto avverso la sentenza con cui la Corte d’appello, nel confermare quella di primo grado che aveva riconosciuto colpevole un imputato del reato di lesioni personali volontarie aggravate, commesse con l’uso di un ombrello, la Corte di Cassazione (sentenza 19 novembre 2020, n. 32525) – nel disattendere la tesi difensiva, secondo cui tale oggetto non può essere considerato quale oggetto idoneo ad offendere il cui porto sia vietato dalla legge – ha invece ribadito che ricorre la circostanza aggravante del fatto commesso con armi quando il soggetto agente utilizzi un ombrello, trattandosi di arma impropria, ai sensi dell’art. 4, secondo comma, legge n. 110 del 1975, per il quale rientra in questa categoria, oltre agli strumenti da punta e taglio e gli altri oggetti specificamente indicati, anche qualsiasi strumento, che, nelle circostanze di tempo e di luogo in cui sia portato, sia potenzialmente utilizzabile per l’offesa della persona.
In tema di accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico, illecito ed abusivo deve ritenersi qualsiasi comportamento posto in essere, anche da soggetto privato, allorchè egli operi in un contesto associativo da cui derivino obblighi e limiti strumentali alla comune fruizione dei dati contenuti nei sistemi informatici, derivando, in tal caso, la limitazione non già da norme pubblicistiche, che non esistono, ma dai principi della collaborazione associativa, che hanno, come base necessaria, il conferimento di beni, utilità, diritti e quant’altro funzionali al perseguimento dello scopo comune e impongono l’utilizzo degli stessi in conformità allo scopo suddetto (Cassazione penale, sezione V, sentenza 2 dicembre 2020, n. 34296).
Pronunciandosi sul ricorso proposto avverso la ordinanza con cui il tribunale del riesame, nel confermare l’ordinanza del GIP applicativa della misura cautelare del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa, in relazione al reato di atti persecutori (stalking), la Corte di Cassazione (sentenza 19 novembre 2020, n. 32544) – nel disattendere la tesi difensiva, secondo cui il materiale indiziario sarebbe stato costituito, tra l’altro, da videoriprese registrate in luogo di pertinenza condominiale, inutilizzabili perché non sottoposte a preventivo provvedimento autorizzativo delle intercettazioni – ha invece ribadito che si tratta di videoriprese non effettuate dalla polizia giudiziaria e che non possono essere assimilate, quanto ai presupposti di ammissibilità, ad intercettazioni di conversazioni o comunicazioni, di cui all’art. 266 c.p.p., sicché nel caso di immagini registrate derivanti da videoregistrazioni provenienti da privati, installate a fronte anche di esigenze di sicurezza delle parti comuni, poi acquisite come documenti ex art. 234 c.p.p., e non quale prova atipica, i fotogrammi estrapolati da detti filmati non possono essere considerati prove illegittimamente acquisite e non ricadono nella sanzione processuale di inutilizzabilità.
Di seguito l’articolo del Prof. Spangher, pubblicato su Studium Iuris n. 12/2020, Cedam, Padova.

Il contributo analizza criticamente le norme introdotte e modificate in materia di sviluppo del processo nonché in tema di tutela dei detenuti in esecuzione di pene ovvero di custodia cautelare, al fine di garantirne la salute nel fuoco dell’emergenza Coronavirus.

Pronunciandosi sul ricorso proposto avverso la sentenza con cui la Corte d’appello, nell’accogliere l’appello del PM, aveva condannato una donna per un reato edilizio, la Corte di Cassazione (sentenza 23 novembre 2020, n. 32684) – nel disattendere la tesi difensiva, secondo cui l’imputata era stata condannata senza alcuna motivazione sulla richiesta di particolare tenuità del fatto, avanzata dalla difesa – ha invece ribadito che con l’irrogazione di una pena superiore al minimo edittale il giudice esclude (implicitamente) la particolare tenuità del fatto che richiede, invece, in teoria una determinazione della pena inferiore al minimo edittale.
Con sentenza n. 37207 del 2020, le sezioni Unite penali della Corte di cassazione hanno dato risposta al seguente quesito: «se, in caso di accoglimento della istanza di ricusazione del g. u.p., il decreto che dispone il giudizio – emesso in pendenza della decisione definitiva sulla domanda di ricusazione – conservi o meno efficacia».
Depositata la sentenza 23 dicembre 2020 n. 278, con cui la Corte costituzionale ha respinto le questioni di legittimità costituzionale della disciplina di sospensione della prescrizione a causa del rinvio dei procedimenti penali dovuto all’emergenza pandemica da Covid-19.
Pronunciandosi sul ricorso proposto avverso la ordinanza con cui il GIP, nel convalidare la misura dell’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria per sette anni, accessoria al divieto di partecipare a manifestazioni sportive della squadra di calcio di cui il tifoso violento era supporter, la Corte di Cassazione (sentenza 24 novembre 2020, n. 32739) – nell’accogliere, sul punto, la tesi difensiva, secondo cui la durata della misura era stata fissata in sette anni, senza che il Giudice avesse espresso alcuna motivazione, nemmeno di stile o per relationem – ha diversamente ribadito che in sede di convalida del provvedimento del questore di cui alla L. n. 401 del 1989, art. 6, comma 2, il controllo di legalità del giudice deve riguardare l’esistenza di tutti i presupposti legittimanti l’adozione dell’atto da parte dell’autorità amministrativa, ed investire altresì la durata della misura che, se ritenuta eccessiva, può essere congruamente ridotta dal giudice della convalida.
Pronunciandosi su un ricorso proposto avverso la sentenza con cui la Corte d’appello aveva confermato la condanna inflitta ad un padre separato, per il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare, non avendo versato l’assegno di mantenimento alla moglie ed ai due figli, la Corte di Cassazione (sentenza 27 novembre 2020, n. 33662) – nel disattendere la tesi difensiva, secondo cui, per quanto qui di interesse, l’obbligo sarebbe venuto meno con il raggiungimento della maggiore età – ha diversamente affermato che la circostanza del compimento della maggiore età del figlio, non rileva se questi non è abile al lavoro, condizione alternativa a quella della minore età, secondo il disposto dell’art. 570 c.p., comma 2, essendo “inabile al lavoro” la persona che abbia una “totale e permanente inabilità lavorativa”.
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