Il D.L. n. 161/2019, imprevedibilmente comparso sulla Gazzetta ufficiale dell’ultimo dell’anno, ha sostanzialmente abrogato la “riforma Orlando” in materia di intercettazioni. E questo non può fare che piacere a chi, come me, non ha esitato a definire tale provvedimento la peggior legge, dopo le leggi razziali del 1938. Tuttavia, resta l’amara constatazione che le molteplici riforme che negli ultimi anni hanno riguardato la giustizia penale si sono caratterizzate per l’estrema incertezza e variabilità delle scelte politiche, evidente conseguenza della attuale instabilità politica. Assistiamo, infatti, a riforme e controriforme che stravolgono il sistema penale e processuale, talvolta a “leggi-bandiera”, come l’abolizione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado, che serve soltanto a tranquillizzare l’elettorato ma anziché accelerare il corso del processo lo rendono infinito, talaltra a modifiche, anche profonde, degli istituti penali o processuali approntate con leggi delega, la cui attuazione è regolarmente rinviata, con differimenti e proroghe di efficacia normativa reiterate per anni. Così è successo per la riforma in materia di intercettazioni, ora rinviata per la quarta volta al 1° marzo 2020 e intanto “rattoppata” con un imprevedibile decreto-legge, che “sdogana” definitivamente il virus trojan e pone il pubblico ministero al centro delle decisioni, anziché riservare tale ruolo al giudice per le indagini preliminari, che per sua natura è l’organo garante della legittimità delle indagini preliminari e quindi dovrebbe essere anche il “giudice delle intercettazioni”.
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