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Le sezioni Unite della Corte di cassazione penale sono state investite di due nuove questioni, rimesse dalla sezione VI con le ordinanze n. 7021 e 8077 del 2021. Le questioni riguardano come debba essere qualificato il sequestro delle somme di denaro disponibili sui conti correnti bancari dell’indagato e la misura cautelare del divieto di avvicinamento ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa dal reato.
Il D.L. n. 44 del 1° aprile 2021 ha introdotto all’art. 3 una “causa di non punibilità” per i somministranti vaccini quando l’uso del vaccino è conforme alle indicazioni contenute nel provvedimento di autorizzazione all’immissione in commercio emesso dalle competenti autorità e alle circolari pubblicate sul sito istituzionale del Ministero della Salute. Il presente contributo svolge un’analisi della novella normativa tentando una collocazione dell’istituto nella struttura della fattispecie.
In tema di lesioni personali colpose, la posizione di garanzia assunta dal detentore di un cane impone l’obbligo di controllare e di custodire l’animale adottando ogni cautela per evitare e prevenire le possibili aggressioni a terzi anche all’interno dell’abitazione, laddove la pericolosità del genere animale non è limitata esclusivamente ad animali feroci ma può sussistere anche in relazione ad animali domestici o di compagnia quali il cane, di regola mansueto così da obbligare il proprietario ad adottare tutte le cautele necessarie a prevenire le prevedibili reazioni dell’animale. A ciò si aggiunga che l’art. 672, c.p., collega il dovere di non lasciare libero l’animale o di custodirlo con le debite cautele al suo possesso, da intendere come detenzione anche solo materiale e di fatto, non essendo necessaria un rapporto di proprietà in senso civilistico (Cass. pen., Sez. IV, sentenza 15 aprile 2021, n. 14189).
Muovendosi nel solco già tracciato da sedimentato orientamento esegetico, con la sentenza in commento la Suprema Corte di Cassazione ha affermato che costituisce sempre abusivo esercizio della professione legale lo svolgimento dell’attività riservata al professionista iscritto nell’albo degli avvocati, anche nel caso in cui l’agente abbia fatto firmare l’atto tipico, da lui predisposto, da un legale abilitato, sul punto evidenziando che, diversamente opinando, risulterebbe vanificato il principio della generale riserva riferita alla professione in quanto tale, con correlativo tradimento dell’affidamento dei terzi, laddove fosse ritenuto sufficiente un siffatto banale escamotage per consentire ad un soggetto non abilitato di operare in un settore attribuito in via esclusiva a una determinata professione (Cassazione penale, sezione II, sentenza 18 gennaio 2021, n. 1931).
In tema di reati contro la libertà morale, risponde del reato di violenza privata il condomino che parcheggi la propria vettura nel suo posto auto condominiale oltre la linea di “confine” con il posto auto di altro condomino in modo da impedire a quest’ultimo di accedervi, e con modalità tali (stretta aderenza allo sportello di accesso al posto del conducente della autovettura dell’altro condomino), da impedire a quest’ultimo di accedere al proprio posto auto. È quanto ha stabilito la Cassazione penale con sentenza 19 novembre 2020, n. 32534.
Pronunciandosi sul ricorso proposto avverso la sentenza con cui la Corte d’appello, confermando la quella di primo grado, aveva condannato un imputato, cui era stato contestato di aver violato le prescrizioni impostegli con la sorveglianza speciale di PS, in particolare per essere allontanato dalla sua abitazione, senza alcuna autorizzazione, la Corte di Cassazione (sentenza 9 novembre 2020, n. 31203) – nell’accogliere la tesi difensiva, secondo cui l’avviso sarebbe necessario in caso di allontanamento dal territorio di dimora (inteso quale luogo in cui si trova l’abitazione del soggetto sottoposto alla sorveglianza speciale) e non è dovuto nel caso di allontanamento dalla propria abitazione in orario diurno – ha diversamente affermato che laddove la legge impone al sorvegliato speciale di non allontanarsi dalla «dimora» senza preventivo avviso, intende evitare che il soggetto sottoposto alla misura di prevenzione si allontani – per tempo apprezzabile – dal territorio in cui ha fissato il proprio domicilio, per le ovvie esigenze di controllo e di pronta rintracciabilità. Diversamente, ove si ritenesse di identificare la ‘dimora’ con l’abitazione, si finirebbe per equiparare la sorveglianza speciale ad una sorta di detenzione domiciliare, in violazione dei connotati tipici della misura di prevenzione, con contenuti afflittivi simili a quelli della pena.
Pronunciandosi su un caso “islandese” riguardante l’applicazione di uno dei corollari del diritto ad un “giusto processo”, ossia quello del diritto ad essere giudicato da un giudice precostituito per legge, la Grande Camera della Corte di Strasburgo (sentenza 1° dicembre 2020 n. 26374/18) ha confermato la violazione dell’articolo 6 § 1 della Convenzione europea dei Diritti dell’uomo, già ritenuta dalla Sez. II della Camera che se ne era occupata con una sentenza del 12.03.2019, poi rinviata per la decisione alla GC. I giudici europei hanno ritenuto, inoltre, a maggioranza (dodici voti contro cinque), che non fosse necessario esaminare le restanti doglianze proposte in relazione all’art. 6 § 1 (ossia, la violazione del diritto ad essere giudicato da un tribunale indipendente e imparziale) e, sempre a maggioranza (tredici voti contro quattro), che l’accertamento della violazione escludesse una riparazione pecuniaria a titolo di equa soddisfazione ex art. 41. Il caso traeva origine dall’affermazione del ricorrente secondo cui le nuove regole introdotte per la nomina dei giudici della Corte d’appello islandese (Landsréttur) non erano state stabilite dalla legge. La Corte ha rilevato in particolare che la procedura con cui un giudice era stato nominato alla Corte di appello rappresentava una flagrante violazione delle norme applicabili al momento dei fatti. Date le potenziali implicazioni dell’accertamento di una violazione e gli importanti interessi in gioco, la Corte ha però ritenuto che il diritto a un “giudice precostituito per legge” non dovrebbe essere interpretato in modo a tal punto ampio che qualsiasi irregolarità nella procedura di nomina giudiziaria rischierebbe di compromettere tale diritto. Ha quindi formulato un test in tre fasi per determinare se l’irregolarità in una nomina giudiziaria fosse di tale gravità da comportare una violazione del diritto a un giudice precostituito per legge. La Corte Edu ha osservato che negli ultimi decenni, il quadro giuridico che disciplina le nomine giudiziarie in Islanda aveva visto alcune importanti modifiche volte a limitare la discrezionalità ministeriale nel processo di nomina e rafforzando così l’indipendenza della magistratura. I controlli sul potere ministeriale erano stati ulteriormente intensificati in relazione alla nomina dei giudici della Corte di Appello di recente istituzione, dove il Parlamento era stato incaricato di approvare la nomina di ogni candidato proposto dal Ministro della giustizia, al fine di rafforzare la legittimità di questo nuovo giudice. Tuttavia, come rilevato dalla Corte suprema islandese, questo quadro giuridico era stato violato, in particolare dal ministro della Giustizia, quando erano stati nominati quattro dei nuovi giudici della Corte d’appello. Mentre il Ministro era stato autorizzato per legge a discostarsi dalla valutazione della proposta del Comitato, fatte salve determinate condizioni, aveva ignorato una fondamentale regola procedurale che lo obbligava a basare la sua decisione su indagini e valutazioni sufficienti. Questa regola costituiva un’importante garanzia per impedire al Ministro di agire per motivi politici o per altri motivi indebiti che minerebbero l’indipendenza e la legittimità della Corte d’appello, e la sua violazione di fatto equivaleva a ripristinare i poteri discrezionali precedentemente in capo al suo ufficio nella materia degli incarichi giudiziari, neutralizzando così gli importanti guadagni e garanzie delle riforme legislative. Erano state messe in atto ulteriori garanzie legali per porre rimedio alla violazione commessa dal Ministro, come la procedura parlamentare e la massima salvaguardia del controllo giudiziario davanti ai tribunali nazionali, ma tutte quelle garanzie si erano rivelate inefficaci, e la discrezionalità usata dal Ministro di non tener conto della valutazione del comitato di valutazione era rimasta senza restrizioni. Applicando il suo test in tre fasi, la Corte ha ritenuto che al ricorrente fosse stato negato il suo diritto a un “giudice” stabilito dalla legge “in ragione della partecipazione al suo processo di un giudice la cui nomina era minata da gravi irregolarità che avevano compromesso l’essenza stessa di tale diritto.
La sentenza di patteggiamento è ricorribile per Cassazione sia nelle circostanze tipizzate dall’art. 448, comma 2 bis, c.p.p. sia in mancanza assoluta di motivazione in merito a una misura di sicurezza non concordata tra le parti. È quanto ha stabilito la sentenza della Cassazione penale n. 31462/2020.
La Corte di Cassazione chiarisce che in seguito alla cd. “Riforma Orlando”, l’unico mezzo di impugnazione previsto avverso i provvedimenti di archiviazione emessi dal Giudice di Pace, è il reclamo ex art. 410-bis c.p.p. al Tribunale in composizione monocratica, pur in assenza di una esplicita previsione normativa (Cass. pen., sezione V, ordinanza 11 novembre 2020, n. 31601).
Pronunciandosi sul ricorso proposto avverso la sentenza con cui la Corte d’appello, confermando quella di primo grado, aveva condannato due giornalisti per il reato di diffamazione, per aver pubblicato su un quotidiano locale una notizia che descriveva il locale Sindaco come autore di “politichette” assimilabili alle modalità di azione di Cosa Nostra, la Corte di Cassazione (sentenza 9 novembre 2020, n. 31263) – nel disattendere la tesi difensiva, secondo cui in realtà si sarebbe trattato del libero esercizio del c.d. diritto di critica politica – ha invece affermato che non è configurabile l’esimente del diritto di critica politica quando l’autore delle dichiarazioni attribuisca a taluno il sospetto di mafiosità senza alcun appiglio oggettivo, attuando un travisamento o una manipolazione dei fatti storici che ne determina una distorsione inaccettabile rispetto all’intento informativo dell’opinione pubblica che è alla base del riconoscimento dell’esimente, la quale radica le proprie basi ispiratrici nel consolidato principio che in democrazia a maggiori poteri corrispondono maggiori responsabilità e l’assoggettamento al controllo da parte dei cittadini, esercitabile anche attraverso il diritto di critica, purché tale critica non sia avulsa da un necessario nucleo di verità e non trascenda in attacchi personali, finalizzati ad aggredire la sfera morale altrui.
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